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Il Cilento visto (anche) dal drone: Gioi e Cardile (Salerno) – video

Gioi, comune nel cuore del Cilento collinare, conserva il fascino di un borgo medievale e il calore di una comunità viva.
Situato tra le colline del Cilento, nel cuore del parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano, sulla cima di un colle (685 m s.l.m.), Gioi si affaccia su due valloni che confluiscono nella pianura più a valle, offrendo un paesaggio agrario accidentato, ma di grande bellezza, ricco di querce, castagne, felci, ulivi.
Il piccolo comune e’ famoso per la “soppressata”: un salume affumicato con stagionatura di almeno 40 giorni, dimensioni di circa 8–10 cm di diametro e 15-18 di lunghezza, da carne suina magra, recante al centro dell’impasto una fettuccia di lardo, conservato in vasi di vetro sottolio o sotto vuoto. Secondo una tradizione legata al periodo dell’emigrazione, la soppressata di Gioi viene anche inserita all’interno di un caciocavallo ed è quindi possibile reperirla anche sotto questa forma.

Fa parte dell’elencazione dei Prodotti agroalimentari tradizionali italiani e della lista dei presidii ritenuti meritevoli di tutela da parte dell’associazione Slow Food.

Cardile – La sua fondazione va probabilmente attribuita ad un nucleo di monaci italo-greci che scelsero quel particolare tratto del Cilento per costruire una laura basiliana chiamata, ancora oggi, “la Laura”, dal greco quartiere.

Il luogo, scelto per erigere capanne di legno, offriva ai monaci silenzio e quiete per la loro meditazione. Ma, per trovare l’odierna Cardile, bisogna fare un salto in avanti fino alla metà del secolo XI, quando le scorribande di Barbarossa costrinsero i vecchi casali ad unificarsi per erigere un nuovo nucleo abitativo votato principalmente allo scopo difensivo. Forte della sua nuova organizzazione, la piccola “Laura” basiliana prese il nome, che tuttora conserva, di Cardile.

La storia del piccolo paese cilentano vive momenti prosperi e momenti di carestia (si ricorda l’epidemia di peste del 1656). Le carestie, la peste e le vessazioni dei baroni Siniscalchi (signori del feudo) costrinsero la popolazione a rifugiarsi nella superstizione: dalla tradizione popolare cardilese sembra essere nata la figura della janara.

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