Spartaco morto a Giungano? (slideshow dell’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere) e la Battaglia di Cantenna… - www.cilentano.it
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Spartaco morto a Giungano? (slideshow dell’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere) e la Battaglia di Cantenna…

La Battaglia di Cantenna, anche conosciuta come la Battaglia di Giugnano, è un episodio storico legato alle Guerre Servili, che includevano la rivolta di Spartaco. La Battaglia di Cantenna avvenne nel 71 a.C., durante la rivolta dei schiavi guidati da Spartaco contro la Repubblica Romana. Dopo la sconfitta nella Battaglia del Fiume Silaro (o Silarus), Spartaco e i suoi seguaci cercarono di rompere l’accerchiamento dei Romani e cercare un passaggio attraverso i monti per raggiungere la libertà oltre confine.

battaglia di cantenna giungano
battaglia di cantenna giungano

La battaglia si svolse nei pressi di Cantenna dove le forze romane, guidate dai generali Crasso, Pompeo, e Lucullo, affrontarono gli schiavi ribelli. La battaglia fu estremamente cruenta, ma alla fine le forze romane riuscirono a prevalere. La sconfitta inflitta agli schiavi ribelli nella Battaglia di Cantenna fu un duro colpo per Spartaco e la sua causa.

La rivolta di Spartaco

Spartaco è stato un gladiatore e condottiero tracio noto per aver guidato la rivolta degli schiavi durante la cosiddetta Terza Guerra Servile nell’antica Roma.

Si sa ben poco di preciso sulla sua giovinezza: è comunque certo che nacque in Tracia, sulle rive del fiume Strimone (l’odierno fiume Struma, in Bulgaria), tra il 111 ed il 109 a.C. circa, da una famiglia di pastori facente parte della tribù dei Maedi. Intraprese la professione del padre, ma, ridotto in miseria, accettò di entrare nelle fila dell’esercito romano, con cui combatté in Macedonia col grado di milite ausiliario. Secondo quanto riportato da Plutarco, Spartaco era sposato con una sacerdotessa della sua tribù. In verità, c’è anche chi afferma che, in realtà, Spartaco fosse il figlio di un proprietario terriero campano che ottenne la cittadinanza romana subito dopo la conclusione della guerra italica.

fonte: https://santamariacapuavetere.it/spartacus.html
spartaco
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“Spartacus” non era il suo vero nome, bensì un soprannome, datogli molto probabilmente da Lentulo Batiato, generato forse come latinizzazione di Sparadakos (ovvero “famoso per la sua lancia”) o di “Spartakos” (che poteva forse indicare un particolare luogo della Tracia o il nome di un qualche leggendario sovrano della regione), o, ancora, come un possibile riferimento alla città-stato greca di Sparta, la città guerriera per antonomasia nell’immaginario antico. La ferrea disciplina romana ed il razzismo che dovette sopportare all’interno della milizia lo convinsero, alla fine, a disertare e a tentare la fuga. Come riportato da Appiano di Alessandria, egli venne ben presto catturato, giudicato disertore e condannato, secondo la legge militare romana, alla riduzione in schiavitù.

Default gladiator battle spartacus weapons battle lions shield
Immagine realizzata con intelligenza artificiale

Appiano riporta anche la teoria secondo la quale Spartaco non fu schiavizzato per diserzione, ma perché prigioniero di guerra in quanto alleato, con la sua tribù, di Mitridate VI del Ponto. La conoscenza delle tattiche legionarie romane dimostrata dal Trace nel corso della sua rivolta, però, ha fatto propendere gli storici per Spartaco come ex-legionario ausiliario. In seguito, intorno al 75 a.C., fu destinato a fare il gladiatore; Spartaco, infatti, venne venduto a Lentulo Batiato, un lanista che possedeva una scuola di gladiatori a Capua. Fu obbligato a combattere all’interno dell’anfiteatro campano contro belve feroci e contro altri gladiatori, com’era in uso a quel tempo, per divertire popolo e aristocrazia.

Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere

L’Anfiteatro Campano è un monumento gigantesco, che per importanza e dimensioni è secondo solo al Colosseo. In esso sono inclusi spazi verdi in cui sono armonicamente inserite altre testimonianze della città romana: l’Anfiteatro repubblicano, probabilmente il primo anfiteatro romano in muratura; l’edificio ottagonale di età imperiale, e il portico curvilineo  antistante l’Anfiteatro imperiale, tracce evidenti di un passato illustre. L’Anfiteatro campano, edificato in età flavia su modello del Colosseo, tra lo scorcio del I sec. d.C. e il II sec. d.C., venne restaurato e decorato con colonne e statue dall’imperatore Adriano, ed inaugurato dal suo successore Antonino Pio, come è stato possibile ricostruire grazie a un’iscrizione rinvenuta  nel 1726. La grandiosa macchina per gli spettacoli, in grado di ospitare sino a 60.000 spettatori, dotata di ampi sotterranei per inscenare sontuosi spettacoli, sostituisce l’arena antica (130-90 a.C.), nota anche per la rivolta di Spartaco del 73 a.C. Dichiarato Monumento Nazionale nel 1822, fu aperto al pubblico dal 1913 e, nel 2013, per celebrarne il centenario è stata inaugurata una nuova fase, in linea con le innovative politiche di accoglienza dei pubblici, con un servizio di biglietteria, bookshop e un ristorante biologico all’ingresso dell’area archeologica.

fonte: https://www.beniculturali.it/luogo/anfiteatro-campano

L’anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere differiva dalle arene (come quella di Verona) in quanto in esso si svolgevano, oltre a recitazioni teatrali (vedi le fessure che si evidenziano nelle foto sopra), dalle quali emergevano gli scenari attraverso carrucole, ma veri e propri combattimanti tra gladiatori (in genere schiavi) o tra uomini e bestie. Le scuole di gladiatori erano come le attuali caserme dove gli schiavi venivano addestrati al combattimento o per l’intrattenimento delle masse durante giochi e spettacoli. Gli schiavi gladiatori, nonostante fossero considerati proprietà dei loro padroni, ricevevano un addestramento intensivo nel combattimento corpo a corpo e nelle tecniche di sopravvivenza. L’arena, davanti ad un pubblico che consumava “pane et circensem”, più meno che un nostro campo di calcio o un grande ring di boxe dove gli atleti si esibivano contro animali, altri lottatori schiavi o facevano delle vere e proprie “sceneggiate” teatrali come in un incontro di wrestling.

Il diritto romano non riconosceva agli schiavi un culto religioso proprio, ma gli si consentiva di esercitare alcuni riti secondo i costumi originari. Gli schiavi di città erano sicuramente più liberi di quelli di campagna: potevano frequentare le osterie, i bagni pubblici, il circo.

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Spartaco, nonostante il suo status di schiavo, esasperato dalle condizioni inumane che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e, nel 73 a.C., scappò dall’anfiteatro in cui era confinato; altri 70 – ma secondo Cicerone (Ad Att. VI, ii, 8) all’inizio i suoi seguaci erano molto meno di 50 – gladiatori lo seguirono, fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista.

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Sulla strada che portava alla montagna i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli. Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio. Spartaco fu poi eletto a capo del gruppo di ribelli assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio). Alla fine divenne il capo più famoso e carismatico della storia romana, guidando una ribellione di schiavi che minacciò seriamente l’autorità della Repubblica Romana nel I secolo a.C.

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La sua ribellione è divenuta un simbolo di resistenza contro l’oppressione e ha avuto un impatto significativo sulla storia e sulla cultura occidentale.

Giungano e la rivolta di Spartaco

La battaglia ebbe luogo in una località chiamata Cantenna, 5 km a sud del Capaccio si trova la città di Giungano, dietro cui sorge il monte Cantenna. Crasso attaccò i ribelli guidati da Casto e Gannicus, fisicamente stanchi per la precedente battaglia. Prima di attaccare Crasso aveva diviso bene le sue forze in due campi mobili ognuno con un suo fossato e il suo terrapieno, posti vicino al nemico per mostrare la sua sicurezza. Crasso rizzò la sua tenda da comandante nel campo più grande ma in una notte condusse fuori le truppe e le posizionò nelle colline pedemontane, lasciando la sua tenda nel campo per ingannare l’avversario. Poi suddivise la cavalleria in due gruppi e ne fece uscire uno agli ordini di Lucio Quinzio, il suo legato con l’ordine di attirare Spartaco nella battaglia.

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Immagine generata con intelligenza artificiale

Il piano riuscì grazie a Lucio Quinzio ma anche alla paura della decimazione in caso di fallimento. L’altro gruppo di cavalleria doveva attirare il gruppo di Casto e Gannico in una trappola dove la fanteria di Crasso li aspettava. A questo punto la cavalleria romana ripiegò sulle Alpi, di fronte ai ribelli c’era lo schieramento romano. La battaglia si era trasformata in battaglia campale, l’incubo di Spartaco, i ribelli potevano fuggire ma per gli uomini di Casto e Gannico non era possibile visto che doveva lavare l’umiliazione di Camalatro, per loro la battaglia era un atto religioso, dove dedicavano quello che catturavano al loro dio della guerra.

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Immagine generata con intelligenza artificiale

Contro Crasso erano inferiori numericamente e come armamenti, inoltre a differenza dei romani che esaltavano la coordinazione e la disciplina, i celti/germani concepivano la battaglia come qualcosa di epico. Spartaco sapeva che questo stile era dannoso contro la forza romana ma ora Spartaco non c’era più…

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