
L’orgoglio della memoria storica come motore per l’emancipazione del Sud Italia. Una terra aspra e silenziosa il cui immenso patrimonio culturale è stato troppo spesso trascurato ma che seppe ammaliare persino un monarca giunto dalla lontana Svezia. È il monito di stringente attualità che Gaetano Fierro lancia nel suo saggio, rifiutando l’idea di un Meridione inteso come margine geografico e proclamandolo, al contrario, centro d’Europa. In questa prospettiva, la distanza geopolitica tra il Nord Europa e l’antica Magna Grecia si annulla, sublimandosi in un umanesimo globale dove la contemporaneità riscopre le proprie origini. Oggi questo immenso tesoro identitario è custodito dai Parchi Archeologici, e le pagine del volume si offrono come un lucido manifesto di difesa civile per ridestare la coscienza di questi territori.
La visita del Re archeologo in questi territori si connette all’idea di un’economia della bellezza e alla rinascita del pensiero eleatico di Parmenide e Zenone. Questa eredità filosofica non viene evocata come uno sterile esercizio nostalgico, ma come una risorsa strategica per tracciare i futuri sentieri di sviluppo di un’area dalla centralità millenaria. Proprio per questo, quelle ampie riflessioni sociologiche e politiche sul destino delle aree interne del Mezzogiorno, e che a un primo sguardo potrebbero sembrare fratture cronologiche nella biografia di Gustavo VI Adolfo, costituiscono in realtà il pregio più autentico del libro. L’andamento temporale discontinuo rispecchia con fedeltà le indagini condotte dall’autore, una ricerca che procede per folgorazioni repentine, indizi isolati e pazienti scoperte d’archivio.
Il saggio mostra una spiccata sensibilità per la numismatica e a un felice connubio tra indagine scientifica e denuncia sociale. L’esame delle testimonianze visive, come gli stateri d’argento incusi di Poseidonia o i bronzi di Nuceria Alfaterna, evidenzia come lo studio delle monete d’epoca fosse per il sovrano il modo per decifrare il profondo radicamento delle comunità del passato. Il testo rievoca episodi memorabili in cui la storia si intreccia alla modernizzazione, come il celebre ricevimento ufficiale a Pontecagnano nel marzo del 1967. In quel frangente, la spontanea richiesta di un bicchiere d’acqua da parte del re portò l’allora sindaco Del Mese a confessare l’assenza di una rete idrica cittadina; un’ammissione che spinse Gabriele Pescatore, al vertice della Cassa per il Mezzogiorno, a sbloccare immediatamente un miliardo e trecento milioni di lire per l’acquedotto. Il viaggio reale si trasformò così in uno straordinario acceleratore di progresso civile e infrastrutturale.
La geografia della classicità tracciata nel volume si snoda lungo due precise rotte territoriali, conferendo al saggio un indiscusso rigore documentale, avallato anche dalla densa premessa dell’archeologo Kristian Göransson, all’epoca alla guida dell’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, e dall’introduzione dell’Onorevole Carmelo Conte. La prima direttrice abbraccia il territorio ionico, attraversando i siti storici di Taranto, Spezzano Albanese, Sibari, Metaponto e Heraclea a Policoro. Il secondo percorso risale invece il versante tirrenico, dove lo sguardo del monarca si posa colmo di ammirazione sui templi di Paestum e sulla monumentale Porta Rosa di Velia, l’antico cuore filosofico del Cilento.
Sotto il profilo del metodo, la solidità del volume poggia su un’architettura narrativa capace di fondere l’accuratezza della ricerca con la riflessiva esplorazione del territorio. Fierro non si è limitato al vaglio dei documenti d’archivio o dei resoconti giornalistici del tempo, tra cui spiccano i servizi del Mattino e della Gazzetta del Mezzogiorno, ma ha scelto di raccogliere la viva voce dei testimoni. Dal confronto con l’erudito libraio Paolino di Ascea e con il cronista Bartolomeo Lanzara, fino ai ricordi degli anziani manovali che negli anni Sessanta popolarono i cantieri di scavo, prende forma il profilo umano, autentico e profondamente paritario di un monarca che considerava il bacino mediterraneo come una patria ideale e condivisa.
Questa vasta indagine storiografica e sociologica nasce da un evento fortuito che ha assunto i tratti di una vera rivelazione intellettuale. Tra i rovi e la vegetazione incontaminata di contrada Paino, nei pressi della foce dell’Alento, l’occhio di Fierro è caduto su un cartello stradale rudimentale, tracciato a mano con un pennarello azzurro scolorito, che recava la singolare scritta “via Gustavo di Svezia”. Quel frammento isolato di toponomastica ha innescato un’investigazione durata più di quattro anni, Se gli scavi promossi dal re nella Tuscia etrusca, in particolare a Acquarossa e San Giovenale, erano già stati ampiamente indagati, poco si sapeva del suo legame con il Cilento. Con il volume Mediterraneo, «mitt kära» – Sulle tracce di re Gustavo VI Adolfo di Svezia in viaggio nella Magna Grecia, pubblicato da EditricErmes, Gaetano Fierro è riuscito a mappare la fitta trama di relazioni, incontri ufficiali e ricognizioni archeologiche del re svedese a sud di Salerno, salvando dall’oblio un momento fondamentale nella storia della cultura novecentesca.










