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Lo sbarco a Salerno

Lo sbarco a Salerno (nome in codice operazione Avalanche) fu effettuato dagli Alleati il 9 settembre 1943, lungo le coste del golfo della città omonima e come continuazione della campagna d’Italia. Gli alti comandi alleati intendevano costituire un’importante testa di ponte e da lì occupare di slancio Napoli con il suo fondamentale porto, utile per rifornire le truppe alleate impegnate sul fronte italiano: la 5th Army del tenente generale Mark Clark condusse l’attacco anfibio con il concordato appoggio dell’8th Army britannica del generale Bernard Law Montgomery, sbarcata a Reggio Calabria il 3 settembre. Assieme, le due armate avrebbero poi attaccato le postazioni difensive tedesche della Linea del Volturno e della Gustav, in Italia centrale.

Le truppe del generale Clark sbarcarono tra difficoltà tutto sommato gestibili e imbevute di ottimismo, dettato dalla resa italiana. Nell’arco di due giornate, però, subitono i violenti contrattacchi delle divisioni in affluenza della 10. Armee del tenente generale Heinrich von Vietinghoff, che il feldmaresciallo Albert Kesselring (comandante supremo tedesco per il Mediterraneo) aveva opportunamente concentrato sulle alture dominanti il golfo; i tedeschi, in particolare, sfruttarono un largo varco tra i due corpi d’armata che componevano la 5th Army, coincidente con il fiume Sele, e riuscirono a penetrare a fondo nella testa di ponte. Il generale Clark temette un disastro, al punto di abbozzare piani di evacuazione, ma in ultimo la tenace resistenza anglo-americana (caratterizzata dal massiccio supporto d’artiglieria, terrestre e navale) scongiurò la minaccia e frenò i tedeschi.

Dopo dieci giorni di aspri combattimenti gli Alleati, che pure avevano subito perdite molto più elevate dei tedeschi, riuscirono a uscire dalla testa di ponte il 19 e a riorganizzarsi in vista dell’avanzata verso Napoli, che nel frattempo era già insorta, e dove giunsero il 1º ottobre 1943.

Ben pochi degli strateghi alleati consideravano il golfo di Salerno come una scelta ideale per uno sbarco: spiagge molto più adatte si trovano a nord di Napoli e nel golfo di Gaeta, ma furono scartate perché fuori dal raggio d’azione dei caccia Supermarine Spitfire di stanza in Sicilia; anzi, i velivoli sarebbero riusciti a malapena a coprire il golfo di Salerno, così l’aeroporto di Montecorvino nell’immediato entroterra di Salerno, divenne uno degli obiettivi da conquistare al più presto. Apparentemente il golfo di Salerno sembrava ideale per un’operazione anfibia: la visibilità era ottima e la costa sabbiosa, tagliata in due dal fiume Sele, era ampia e stretta, dominata però da pericolose alture che permettevano a eventuali difensori di tenerla sotto tiro assieme ai mezzi da sbarco, alle navi rimaste in rada e alle truppe approdate. Durante il ventennio fascista, inoltre, la piana del Sele era stata bonificata e i canali costituirono un ostacolo per il traffico alleato. Il capoluogo, tuttavia, era per gli Alleati un prezioso crocevia, dato che vi passano la statale n. 18 che unisce Napoli con Reggio Calabria, la statale n. 88 Salerno-Morcone, che passa per Avellino; la statale n. 19 che dalla limitrofa Battipaglia tocca Eboli e Potenza, per giungere infine a Catanzaro. Infine, attraverso il valico di Chiunzi, si può raggiungere Napoli da Maiori, oppure si può imboccare la direttrice Sorrento-passo di Agerola. Si trattava, tuttavia, di strade che correvano nei fondovalle e potevano essere facilmente difese e interrotte.

L’incrociatore leggero USS Philadelphia al largo di Salerno

Le forze tedesche schierate in Italia continentale erano all’erta da giorni, in attesa di uno sbarco alleato; quando l’assalto anfibio divenne certo, alle 14:00 dell’8 settembre il comando della 16. Panzer-Division trasmise a tutti i sottufficiali il messaggio di preallarme «operazione Feuerbrunst», seguito alle 16:30 da un secondo annuncio «Attenzione operazione Orkan», che comunicava che il convoglio alleato era ormai in vista. La pattuglia corazzata da radioricognizione del sottotenente Rocholl, in pattugliamento nell’area di Salerno, inviò alcuni distaccamenti a Castellammare e Vietri: meno di quattro ore dopo fu annunciata la capitolazione italiana. La notizia fu subito appresa dal corpo di spedizione anglo-statunitense e suscitò una grande ondata d’ottimismo, a stento arginata dagli ufficiali. Nello stesso momento i genieri tedeschi fecero brillare il molo di Salerno e le postazioni disertate o sgomberate dagli italiani furono occupate. Poco prima della mezzanotte del 9, la flotta d’invasione si dispose a meno di 20 chilometri dal litorale; radunava complessivamente 642 navi distribuite su oltre 1500 chilometri quadrati. Il generale Clark assunse a tutti gli effetti il comando delle operazioni, diede l’avvio alle procedure di preparazione allo sbarco e, alle 02:00, trasmise ad Alexander: «Arrivato zona trasbordo come stabilito. Barche calate in mare e ora in posizione. Mare calmo. Sbarco previsto in orario». Alle 03:30, all’estrema destra dello schieramento, i battaglioni d’assalto della 36th Division sbarcarono senza alcun fuoco preparatorio d’appoggio sulle quattro spiagge designate nella zona di Paestum, sperando di cogliere i difensori di sorpresa. Tuttavia i tedeschi spararono razzi illuminanti e poterono subito aggiustare il tiro di mitragliatrici, mortai e di alcuni ben piazzati cannoni FlaK da 88 mm; misero anche in azione un altoparlante che trasmetteva il messaggio in inglese: «Venite avanti e arrendetevi. Siete sotto tiro!». Le prime ondate si susseguirono a distanza di otto minuti l’una dall’altra, ma il fuoco dei difensori si mantenne assai intenso e presto le spiagge furono ingolfate di uomini, cadaveri, mezzi e relitti. In alcuni momenti il fuoco dell’artiglieria fu così fitto da costringere i mezzi da sbarco a tornare indietro senza aver scaricato gli uomini per ritentare in un altro punto del litorale

Un LST sbarca il suo carico di uomini e mezzi, precisamente Universal Carrier, sulle spiagge di Salerno

Gli artiglieri tedeschi appostati fra le mura di Paestum facevano fuoco con continuità e, dai granai e da ogni edificio vicino alla costa, i carri armati sparavano ad alzo zero contro le truppe che riuscivano a inoltrarsi tra le dune appena dietro le spiagge. Alle prime luci dell’alba comparvero gruppi di aerei della Luftwaffe, che compirono mitragliamenti e lancio di bombe contro le truppe sulla spiaggia e contro gli LST al largo; queste incursioni si confermarono presto la minaccia peggiore e ne è rimasta testimonianza negli scritti del corrispondente di guerra John Steinbeck, imbarcato su una nave della flotta d’invasione: «Quando si accende la luce rossa dell’allarme aereo, i cacciatorpediniere cominciano a muoversi in cerchio intorno alle navi più grosse, eruttando un fumo biancastro e soffocante che puzza di zolfo. Continuano a serpeggiare avanti e indietro fino a nascondere l’intera flotta con la loro nebbia artificiale. […] Poi attraverso il fumo, si cominciano a sentire i tonfi sordi delle bombe. […] E le esplosioni delle bombe squarciano l’acqua e raggiungono la nave. Le senti vibrare sotto i piedi» Nella confusione decine di LST rilasciarono le truppe in settori sbagliati ma più tranquilli, molti soldati rimasero separati dalle loro armi d’accompagnamento e le comunicazioni in molti casi furono difficili, sia per la perdita dell’equipaggiamento sia per l’intenso fuoco tedesco. Ciononostante alcune unità riuscirono ad avanzare nell’entroterra, a superare i reticolati e ad annientare alcune delle posizioni tedesche: il primo obiettivo degli statunitensi era la linea ferroviaria che correva parallela alla costa. Alle 06:00 i DUKW riuscirono a sbarcare le prime armi pesanti, gli obici M114 da 155 mm del 133º e del 151º Battaglione d’artiglieria campale, mentre i bulldozer iniziavano ad aprire varchi per i mezzi corazzati attesi sulle spiagge.

Il giorno 10 fu subito chiaro che il grosso delle forze tedesche era stato ammassato contro il X Corps che, infatti, nel tentativo di spingersi da Salerno verso la statale n. 18 e di lì verso Napoli, incontrò una grossa resistenza. Gli statunitensi, invece, furono in grado di avanzare più in profondità e di occupare un’importante gruppo di colline tra Altavilla e Ogliastro Cilento, zona abbandonata dalle forze tedesche a seguito dei falliti contrattacchi del giorno precedente. I tedeschi però controllavano ancora il corridoio formato dai fiumi Sele e Calore, che conteneva l’obiettivo principale del 179th Regiment della 45th Division – Ponte Sele, punto nodale per il transito lungo la statale n. 19

Nel frattempo il generale Montgomery non aveva affatto accolto i solleciti del generale Alexander per una rapida occupazione della Calabria e, anzi, l’11 settembre concesse due giorni di riposo alla 5th Infantry Division (giunta tra Nicastro e Catanzaro). Erano proprio i giorni nei quali i rinforzi tedeschi andavano radunandosi nelle strette valli strette a est di Salerno: il generale von Vietinghoff calcolò di poter circondare con cinque divisioni la testa di ponte non più tardi del 13, mantenendola sotto il tiro dell’artiglieria, al cui tiro si offrivano le crescenti migliaia di tonnellate di materiale anglo-americano scaricate sulle spiagge. Domenica 12 settembre von Vietinghoff comprese che un attacco in forze contro gli americani avrebbe dovuto sfruttare lo strategico corridoio del Sele, che «puntava come un pugnale verso il cuore della testa di ponte», e avere così buone probabilità di successo.

Tra i soldati premuti lungo il litorale di Salerno si diffuse presto la consapevolezza di trovarsi in una situazione critica, peraltro confermata dalle trasmissioni del BBC Overseas Service, i cui bollettini descrivevano la battaglia come «disperata». Il paese di Persano si tramutò in uno dei fulcri dello scontro, poiché era situato proprio all’imbocco del corridoio tra i due corpi d’armata; Clark dispose che esso fosse tenuto a qualsiasi costo per salvaguardare il fianco del VI Corps: tuttavia l’abitato era ancora in mano al malconcio 1st Battalion del 179th RCT e il generale non si oppose all’intenzione di Dawley di rioccupare Altavilla, ormai d’importanza secondaria nel quadro della battaglia. Le due divisioni americane, con forze appena sufficienti per difendere il terreno già occupato, dovettero così presidiare un’area più vasta e , oltretutto, marciare in tre direzioni (Persano, Bivio Cioffi/Santa Lucia e Altavilla) per obbedire agli ordini; ciò provocò non poche tensioni tra i comandanti americani.

Nel corso dei combattimenti Clark si era spostato alla confluenza tra il Sele e il Calore, dove poté rendersi conto di persona dello sfacelo a Persano e della pericolosa penetrazione tedesca; con il binocolo poté osservare i blindati della 16. Panzer-Division, dispiegati a ventaglio sulla riva settentrionale del Calore, aprire il fuoco contro i depositi e le retrovie americane, scatenando il panico: i reparti corazzati tedeschi, in superiorità numerica locale, erano a meno di 3 chilometri dal mare e minacciavano il quartier generale della 5th Army, tanto che il generale ordinò ai membri dello stato maggiore di portarsi sulla linea dei combattimenti. L’interdizione della breccia ricadde per lo più sulle unità d’artiglieria campale della 45th Division, poiché gli statunitensi non vollero rischiare danni collaterali richiedendo il supporto navale – tedeschi e americani, infatti, si fronteggiavano a meno di 2 chilometri, troppo poco per garantire un preciso tiro dalle navi. Gli obici M114 155 mm furono piazzati in posizione anticarro e tutti i pezzi di artiglieria disponibili furono ammassati nei punti di maggior pericolo, con l’ordine di sparare a oltranza contro i nemici; lo scontro si trascinò fino a sera, quando i panzer si ritirarono infine da Persano. Alcune ore più tardi, poco prima della mezzanotte, apparvero nei cieli del golfo decine di Dakota che iniziarono a lanciare i primi scaglioni del 504th Airborne Regiment (colonnello Reuben Tucker) della 82nd Division, rinforzi che Clark aveva richiesto quella stessa mattina.

Sebbene rincuorato dall’arrivo delle prime unità aviotrasportate, Clark convocò in anticipo una conferenza con i suoi principali collaboratori per la stessa sera del 13, allo scopo di valutare la confusa situazione…

La mattina del 14 settembre i tedeschi rinnovarono l’attacco contro il 179th RCT, a nord del Sele: verso le 08:00 dieci carri armati precedettero un battaglione di fanteria, ma questa volta lo slancio cozzò contro una riorganizzata difesa statunitense, forte di due battaglioni di fanteria integrati da carri armati e semoventi anticarro. Il 15 settembre vide altresì l’arrivo dei primi elementi della 3th Division, della 7th Armoured Division britannica e, la mattina seguente, la 5th Army arrivò a contare circa 170000 uomini suddivisi in sette divisioni. Al contrario, il generale von Vietinghoff non aveva ricevuto alcun rinforzo e fu costretto a provverede alla ritirata con quel che gli rimaneva.

prigionieri tedeschi

In contemporanea alla battaglia tra i due eserciti si assisté ad alcune sollevazioni da parte della popolazione civile e di militari del Regio Esercito dopo l’armistizio dell’8 settembre, brutalmente represse dalle truppe tedesche: ad esempio, membri della divisione corazzata “Hermann Göring” commisero l’eccidio di Nola, costato la vita a 18 tra soldati e civili italiani. La mattina del 16 settembre si verificò l’ultima controffensiva dei difensori: la 26. Panzer-Division uscì in forze da Battipaglia e imboccò la statale n.18 per congiungersi con la “Hermann Göring”, ma il tentativo ebbe vita breve a causa della violenta reazione dell’artiglieria alleata, ormai divenuta preponderante; le colonne tedesche, scompaginate e con perdite, si ritirarono a metà mattinata. (TRATTO DA WIKIPEDIA)

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