
San Leone IX, una proposta per restituire futuro a uno dei luoghi più antichi di Sala Consilina
Nel borgo medievale, tra le ferite del sisma del 1980 e il paesaggio del Vallo di Diano, VBH Restauri propone uno scenario preliminare fondato su conservazione, accessibilità e fruizione leggera.
SALA CONSILINA — Negli ultimi mesi il patrimonio storico e religioso di Sala Consilina è tornato più volte al centro dell’attenzione pubblica: la riapertura della chiesa della Santissima Annunziata dopo i lavori, l’avvio del restauro della Pala lignea della Madonna del Rosario nella chiesa di Santo Stefano, la riqualificazione della Piazzetta Trinità e, parallelamente, il confronto sul futuro della vecchia chiesa della Santissima Trinità. Episodi diversi, ma legati da una stessa domanda: quale ruolo possono avere oggi i luoghi storici della città nella vita della comunità?
Dentro questo quadro c’è un luogo che resta sospeso tra rovina, memoria e paesaggio: la Chiesa di San Leone IX, nella parte alta del centro storico. Il suo campanile emerge ancora sul versante e continua a essere un riferimento visivo per chi percorre l’antico borgo. Le murature superstiti, gli stucchi, le tracce cromatiche e la posizione dominante sul Vallo di Diano raccontano una storia molto più lunga della condizione di abbandono che oggi caratterizza il complesso.
San Leone e il nucleo medievale di Sala Consilina
Il Catalogo generale dei beni culturali dell’ICCD inserisce San Leone tra le cellule originarie del centro storico salese e ricorda che il borgo medievale corrispondeva agli attuali rioni di San Leone e Civita. La formazione più definita dell’abitato viene ricondotta alla fase normanna successiva all’anno Mille, periodo al quale sembrano risalire anche le chiese di San Leone IX, Santo Stefano e Sant’Eustachio.
Una scheda dedicata alla chiesa, realizzata nell’ambito del progetto di ricerca locale “Architettura Sacra nel Vallo di Diano”, colloca la fondazione tra XI e XII secolo, segnala prime notizie documentarie tra XIII e XIV secolo e un rifacimento nel XIX secolo. La stessa fonte descrive San Leone come una delle più remote fondazioni religiose della città e collega la configurazione attuale alla violenza del terremoto del novembre 1980, dopo il quale si ritenne opportuna una parziale demolizione dell’edificio.
Il sisma del 1980 rappresenta infatti una cesura decisiva nella storia recente del patrimonio salese. L’ICCD ricorda che furono fortemente danneggiati numerosi edifici ecclesiastici monumentali, tra cui San Leone IX, Santo Stefano, la Santissima Annunziata, San Nicola, San Rocco, San Sebastiano, Sant’Antonio di Padova e il Battistero di San Giovanni in Fonte. Nel caso di San Leone, la perdita di parti consistenti della fabbrica non ha però cancellato la leggibilità dell’impianto né il rapporto del complesso con il luogo.
Un rudere che conserva ancora elementi leggibili
Le fotografie dello stato attuale mostrano un organismo frammentario ma tutt’altro che privo di carattere. Il campanile conserva una forte presenza volumetrica; le murature rivelano tessiture, lacune e stratificazioni differenti; nel settore presbiteriale rimangono elementi decorativi e superfici che meritano una lettura ravvicinata. Fonti territoriali dedicate agli itinerari culturali segnalano la persistenza della navata e del presbiterio con stucchi, oltre alla presenza, nel vano del campanile, di tracce pittoriche riferite ai temi del sole e della luna.
C’è poi un elemento meno evidente ma importante: San Leone non è isolata dalla memoria viva della città. Nel catalogo 2026 dell’Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano, la Regione Campania descrive il percorso di ritorno della Madonna di Castello come un itinerario che discende lungo il versante settentrionale e passa accanto alla chiesa normanna di San Leone IX, “Sandu Leu”. Il rudere è quindi ancora dentro una geografia rituale e paesaggistica riconoscibile, non soltanto dentro una storia architettonica.
La proposta: conservare prima di trasformare
Da questa condizione prende avvio la proposta preliminare elaborata da VBH Restauri, studio di architettura e restauro con sede a Sala Consilina. L’iniziativa non viene presentata come progetto esecutivo, né come intervento già commissionato o autorizzato. È uno studio autonomo che utilizza il progetto come strumento di conoscenza e di comunicazione, con l’obiettivo di riportare attenzione sul bene e aprire una riflessione sul suo possibile futuro.
Il principio di fondo è quello del restauro conservativo: evitare l’immagine di un edificio “rifatto a nuovo” e lavorare invece sulla materia esistente, sulle patine e sulle stratificazioni. Le nuove visualizzazioni progettuali sono state impostate proprio in questa direzione. Le superfici non vengono rese perfettamente uniformi: le tracce del tempo, le differenze cromatiche, le porosità e le discontinuità vengono mantenute come parte della leggibilità storica del complesso. Sulla facciata, ad esempio, si ipotizza una scialbatura molto leggera, capace di ricomporre visivamente la superficie senza cancellarne l’età e la matericità.
Prima di qualsiasi scelta esecutiva, tuttavia, il percorso dovrebbe partire da una fase di conoscenza più approfondita: rilievo geometrico e materico, ricerca archivistica, mappatura dello stato di conservazione, lettura delle murature e dei quadri fessurativi, indagini diagnostiche e verifica dei possibili meccanismi locali. Solo dopo questa fase sarebbe possibile definire con precisione le operazioni di consolidamento, protezione e reintegrazione.
Il campanile come elemento identitario, non come immagine da ricostruire
Uno dei nodi più evidenti è il campanile. La proposta lo assume come elemento identitario del complesso, ma evita di trattarlo come un oggetto da ricostruire automaticamente secondo un’immagine ideale. La priorità viene attribuita alla stabilizzazione, alla conservazione delle murature e alla comprensione delle trasformazioni subite nel tempo. Eventuali integrazioni dovrebbero essere limitate alle effettive necessità di protezione e sicurezza, distinguibili e compatibili con la fabbrica storica.
Lo stesso criterio riguarda gli intonaci, gli stucchi e le tracce cromatiche. L’obiettivo non è uniformare, ma selezionare: puliture calibrate, consolidamenti localizzati, protezione delle superfici e reintegrazioni minime dove strettamente necessarie. In un rudere come San Leone, anche una lacuna o una differenza di tono possono essere informazioni e non semplicemente difetti da cancellare.
Rendere il complesso nuovamente leggibile e visitabile
Il secondo tema è la fruizione. Conservare un bene non significa necessariamente ricondurlo a un uso intensivo. Nel caso di San Leone, la proposta immagina una presenza contemporanea molto leggera: passerelle, parapetti e punti di sosta reversibili, progettati per garantire sicurezza e accessibilità senza occupare o sovrascrivere il rudere. Il nuovo percorso dovrebbe accompagnare il visitatore nella lettura delle strutture e, allo stesso tempo, permettere di percepire il rapporto tra la chiesa, il campanile, il versante e la città sottostante.
È una scelta che sposta l’attenzione dalla sola “ricostruzione” alla possibilità di restituire esperienza e comprensione. San Leone potrebbe diventare un luogo visitabile anche mantenendo riconoscibile la propria condizione di edificio ferito e stratificato, trasformando quella condizione in parte del racconto anziché nasconderla.
Il paesaggio come parte del progetto
La posizione di San Leone è uno dei valori più forti del sito. Dalla quota della chiesa il Vallo di Diano si apre in profondità, mentre alle spalle il versante montano costruisce una quinta naturale. Per questo il progetto considera anche il trattamento degli spazi esterni: controllo della vegetazione spontanea, gestione delle acque, percorsi e piccole aree di sosta, senza trasformare il sito in un giardino ornamentale estraneo al carattere del luogo.
La vegetazione viene pensata come componente discreta, con essenze compatibili e a bassa manutenzione, lasciando prevalere la percezione delle murature e del paesaggio. Il punto di vista cambia: il rudere non viene isolato dal suo contesto, ma interpretato come una parte del sistema storico e ambientale del centro alto di Sala Consilina.
Perché parlarne oggi
La proposta arriva in una fase in cui Sala Consilina sta già mostrando una nuova sensibilità verso il proprio patrimonio. La riapertura della Santissima Annunziata ha restituito alla comunità un luogo identitario; il restauro della Pala lignea di Santo Stefano ha riportato attenzione sulla tutela delle opere d’arte; la Piazzetta Trinità è tornata a essere uno spazio di socialità; il confronto sulla vecchia chiesa della Trinità dimostra quanto i temi della conservazione, della sicurezza e dell’uso futuro degli edifici storici siano questioni concrete e attuali.
Anche le recenti iniziative culturali nel centro storico, come la rassegna Arti, Mestieri ed Usanze, hanno rimesso al centro il valore dei vicoli, delle scalinate e dei luoghi della città antica. In questo scenario, San Leone può diventare un ulteriore tassello di una riflessione più ampia: non un episodio isolato, ma una delle possibili porte attraverso cui rileggere il rapporto tra memoria, turismo culturale, paesaggio e vita quotidiana.
Una proposta aperta, non un progetto già deciso
Il senso dell’iniziativa sta soprattutto qui. Le immagini di VBH Restauri non vogliono anticipare una configurazione definitiva né sostituire il percorso istituzionale necessario per un bene storico. Servono a rendere visibile una possibilità: conservare il rudere, metterlo in sicurezza, renderlo più leggibile e costruire una forma di accesso compatibile con il luogo.
Qualsiasi sviluppo concreto richiederebbe il confronto con la proprietà, con gli enti competenti alla tutela e con gli altri soggetti coinvolti, oltre alla definizione di un vero programma di conoscenza, progettazione e sostenibilità economica. Ma prima ancora delle procedure c’è una questione culturale: decidere se San Leone debba continuare a essere percepita come un frammento marginale oppure tornare a essere riconosciuta come parte del patrimonio della città.
La proposta preliminare prova quindi a fare una cosa semplice: riportare lo sguardo su San Leone. Non promette una ricostruzione, non cancella le ferite del tempo e non attribuisce al progetto un ruolo che non ha ancora. Propone piuttosto un metodo: conoscere, conservare, rendere accessibile e restituire al luogo una presenza nella vita culturale di Sala Consilina.










